Donna di scuola

 

“Donna di scuola” racconta stralci di esperienze dal punto di vista di una donna che è entrata a scuola il 1 ottobre 1961 ed è ancora lì!
La chiacchierata è suddivisa in tre spunti che partono da tre parole-simbolo:
BANCO
CATTEDRA
SCRIVANIA

il BANCO racconta…..
 Sono fatto di legno, naturalmente, ho un piano inclinato ribaltabile, segnato da cicatrici di bambini birichini che hanno voluto lasciare il segno del loro passaggio in questa aula; i buchi per ospitare il calamaio sono desolatamente vuoti, perché gli scolari non intingono più i pennini nell’inchiostro per scrivere, hanno penne a sfera e matite, quaderni a righi e a quadretti con la copertina nera ed un unico libro di lettura! Niente più! L’ aula ospita solo alunne, è una classe femminile, lo spazio è decoroso, anche se piccolo e con poca luce. Al piano superiore ci sono gli Uffici del Comune ed anche due classi, la quarta e la quinta, al piano terra tre aule, tra cui la nostra. Una sola maestra insegna tutte le materie: la religione, il comportamento (l’educazione morale- civile- sociale, educazione fisica, igiene), l’esplorazione dell’ambiente ( la storia, geografia, scienze naturali), la conoscenza- espressione del reale ( aritmetica, geometria, disegno,lettura,scrittura e canto), il lavoro (attività manuali pratiche, gioco).: è molto severa con chi non studia…naturalmente ha le sue predilette, tutte schierate nelle prime file perché si comportano bene, sono diligenti, degne di lodi e di ammirazione, sono portate ad esempio da imitare. Qualche compagna che non riesce bene come loro, sa che dovrà ripetere l’anno. Le pagelle con i voti si ricevono ogni trimestre ed alla fine di quest’anno dovranno sostenere il loro primo esame per passare in terza. Fanno i compiti da sole nel pomeriggio a casa e, se non ricordano l’assegno sono guai l’indomani, perciò a scuola cercano di non distrarsi! Quelle che abitano lontano dalla scuola la mattina, con la cartella in spalla, percorrono tutto il paese a piedi. Si entra alle ore 8.30 e si esce alle 12,30. Spesso ascolto le confidenze che si fanno durante la ricreazione …una in particolare ripete spesso alla sua compagna di banco: Mi piace la mia maestra e credo che da grande farò sicuramente questo lavoro! E’ così bello insegnare!!
Papà quest’anno ha comprato l’automobile, una 600 D grigio topo, perché la Lambretta non riusciva più a contenerci tutti, anche se talvolta siamo riusciti a salirci in 6. Un’impresa! Nella nuova casa, nella quale ci siamo trasferiti nel 1960, da poco, nel soggiorno-tinello troneggia il televisore in bianco e nero. Faccio i compiti perché alle 5 del pomeriggio posso vedere la TV dei ragazzi. Mamma mi dice: Dopo Carosello si va a dormire perché domani devi andare a scuola! Ma prima c’è il telegiornale….spesso sento parlare del boom economico….non capisco cosa sia….ma deve essere una buona cosa se tutti si mostrano allegri e felici in TV montando in Vespa o esibendo la lavatrice o il frigorifero nuovo, …..
OGGI ripenso che
 uscivamo a giocare con l’unico obbligo di rientrare prima del tramonto….
 ci tagliavamo, ci rompevamo un osso, perdevamo un dente?… La colpa non era di nessuno se non di noi stessi e magari, dopo essere stati medicati e curati, ci scappava anche uno scappellotto e sicuramente una ramanzina!
 mangiavamo biscotti fatti in casa, pane e marmellata, bevevamo succhi di frutta artigianali e acqua di rubinetto, non avevamo mai problemi di sovrappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare…
 non avevamo tanti giochi… ma avevamo tanti AMICI.
 … ma soprattutto, guardavamo solo un po’ di TV dei ragazzi (che era a misura di ragazzi) e poi a letto dopo Carosello. Il resto era TEMPO LIBERO e la libertà unita a poche risorse scatenava la fantasia e la creatività, la curiosità e l’ingegno
Un po’ di gesso, un sacchetto di tappi a corona), una bicicletta riempivano i nostri pomeriggi dei cortili
 Avevamo il mangiadischi giallo, che si ingoiava i 45 giri con le favole della fonit-cetra e la canzone di Sbirulino.
Era il secolo scorso – i magnifici anni ‘60 -e la mia fotografia in bianco e nero pur se stereotipata, racconta di un sapere limitato a poche materie scolastiche, ma essenziale, nozionistico e ripetitivo, ma importante perché impartito nel lento scorrere di un tempo statico e apparentemente immutabile.
Noi alunni stabilivano un rapporto di subalternità e di ubbidienza con il nostro maestro, e dovevamo essere (così come recita una vecchia preghiera che sta nella mia memoria infantile) : ‘Buoni, bravi, obbedienti e studiosi’ !!!
I genitori ci affidavano alla scuola in maniera fiduciosa: ci rimproveravano e ci punivano o ci lodavano e ci premiavano in base ai voti riportati in profitto ed in condotta. Tutto il resto era compito del maestro che aveva la loro illimitata fiducia.
I libri di testo erano pieni di retorica, sicuramente in sintonia con questo sentire comune e con questo modello educativo. Le letture si presentavano moralistiche, sentenziose, didascaliche, nozionistiche, a volte pedanti. Noi alunni dovevamo imparare a leggere, a conoscere a memoria, a tradurre testi in riassunti scritti e a raccontare questi temi in maniera corretta.
Oggi so che il diffuso autoritarismo e il forte dirigismo nella scuola di allora erano tratti di una società statica che aveva il compito di riprodurre se stessa nel tempo, nel conservare i privilegi di pochi e le miserie e gli svantaggi della maggior parte della popolazione ancora analfabeta.
La donna, fino ad allora soprattutto “mamma angelo del focolare domestico”, era stata promossa a “maestrina dalla penna rossa”.
Permaneva però un tenace stereotipo della maestra –e anche, ovviamente, della donna- che si ritrovava sparso dovunque, sia negli articoli più strettamente pedagogici, sia nei testi scolastici (dettati, letture per l’insegnante) che legava l’idea di maestra a quella di mamma e a richiedere ad essa le virtù materne, ‘naturali’ sorvolando su una professionalità che allora non esisteva quasi come termine linguistico.
Una riflessione sui………. maestri della mia fanciullezza.
Da bambina non ho avuto mai dubbi…A chi mi chiedeva cosa volessi fare da grande…ho sempre risposto- con grande convinzione- la maestra! Con impegno e dedizione, con diligenza e perseveranza ….ho studiato con la mente rivolta unicamente a questo modello professionale. Ed a chi ancora oggi mi chiede perché questo lavoro si presentasse ai miei occhi così attraente e ricco di fascino, rispondo semplicemente che vi ritrovavo il valore dell’impegno e della libertà responsabile del maestro, la fiducia e il riconoscimento sociale nei suoi confronti, quella delega positiva da parte delle famiglie per affrancare dall’ignoranza i propri figli, in un’epoca in cui la cultura era ancora privilegio di pochi.
Oggi so che i maestri e le maestre di quei tempi hanno lavorato in silenzio, praticando il mestiere non ad arte, ma con arte, mettendo in campo sapienti pratiche educative. Nel formare intere generazioni hanno attinto più spesso al loro sapere umano, fatto di conoscenze emotive e soggettive, che non ad una vera formazione specialistica, ponendosi come autorevole punto di riferimento valoriale.
Sono rimasti a lungo invisibili agli sguardi accademici, perché la scuola elementare in Italia,in quel periodo, è una scuola che non chiedeva molto, sul piano professionale, ai suoi maestri.
Agli occhi dei riformatori, sono apparsi come de-formati, nel senso di non-acculturati, mai veramente istruiti a dovere. Sono rimasti umili operatori di una professione ritenuta semplice perché ” insegnava l’abc ai bambini” .
Per argomentare questa tesi è sufficiente sfogliare un registro degli anni ’60, nella parte in cui il maestro scriveva, a sinistra, il piano mensile delle lezioni e a destra la cronaca della vita della scuola.
I più grandi pedagogisti sono stati uomini (con qualche dovuta eccezione, è noto) ed anche i maestri famosi sono stati uomini : ne è l’archetipo il maestro Perboni di “Cuore” per arrivare via via a don Milani, a Mario Lodi, al maestro Manzi.
Alla grande visibilità del nome noto maschile corrisponde una marcata invisibilità della stragrande maggioranza delle maestre, da sempre numericamente maggiori dei loro colleghi.
Quelle cronache e quei piani mensili rappresentano rari esempi di ‘scrittura al femminile’ anche se, ovviamente condizionata moltissimo dal destinatario per cui erano prescritti (il Direttore didattico o l’Ispettore scolastico). Quella ‘cronaca’ era spesso l’unico spazio per la riflessione personale e riflette bene l’ immagine della maestra di quei tempi.
In un rapporto informativo dell’anno scolastico 1967/68 , firmato dal Direttore didattico e ratificato dall’Ispettore scolastico si legge:
Maestra seria e di ottimi sentimenti. La cordialità del carattere, la gentilezza del tratto e la naturale bontà sono gli aspetti caratteristici della sua personalità.
In un altro:
Maestra diligente, piena di amor proprio e di spirito materno lavora nella scuola con entusiasmo
In un verbale di visita per il biennio di prova di una insegnante si legge:
….La maestra parla dei suoi alunni con cuore di mamma e ne conosce individualmente le pene e le gioie….La scolaresca è tutta attenta, disciplinata e preparatissima, gli alunni leggono bene, eseguono calcoli e operazioni con precisione e sveltezza e meritano di essere tutti (sette!) promossi.
Una maestra esprime le sue considerazioni al termine di un corso popolare nell’a.s. 1947/48 a:
…..Ho fatto del mio meglio per lenire la loro miseria e non ho mancato interessarne il locale patronato scolastico affinché almeno per qualcuno avesse elargito qualche paio di scarpe o qualche capo di vestiario……
Quel ‘fare del proprio meglio’ è indicativo di un modo di porsi dimesso nei confronti del proprio lavoro : vi si può leggere un senso d’inadeguatezza che è una delle caratteristiche di più lunga durata legate all’immagine della maestra.
Ma, tuttavia, il mestiere di insegnare aveva il suo fascino, in una società statica ma che si accingeva ad affrontare nuovi modi di essere pur se ‘non ancora visibili’ a scuola: il mondo esterno e gli eventi storici o sociali che in quegli anni furono di grande portata, non hanno lasciato quasi traccia nei registri.
Il mondo della scuola era ancora considerato separato rispetto alla dinamica della vita sociale: vengono così ignorati i problemi reali delle classi sociali di provenienza e della società nel suo sviluppo democratico.
Nel 1968 salta definitivamente il sistema, è l’anno da cui inizia quel clima di incertezza e di provvisorietà, che non ha più abbandonato la nostra scuola.
In quell’anno ero alunna della scuola media, che 5 anni prima era divenuta unica obbligatoria e gratuita e vista da tutti come la prima vera grande riforma democratica dopo la riforma Gentile, connotata da una forte apertura democratica, contro ogni discriminazione sociale, avendo aperto a tutti la possibilità di sbocco verso tutte le scuole secondarie.
L’Italia aveva avuto nel dopoguerra uno straordinario sviluppo economico, che ha implicato fenomeni sociali di enorme rilevanza. Basti pensare all’emigrazione: 12 milioni di persone che si sono spostate, oppure allo sradicamento culturale e religioso comportato dall’abbandono delle campagne. In forza del grande sviluppo economico la maggioranza degli italiani si è trovata in una condizione tale per cui il problema non era più il sostentamento; cominciava, soprattutto nei giovani, ad emergere il tema della qualità, meglio del senso, di quello stesso sviluppo. Il Sessantotto è stato, in fondo, una domanda: ma dove stiamo andando?Ma com’era la scuola superiore negli anni Sessanta, per scoprire così, quasi all’improvviso, che tutto era sbagliato, tutto era da rifare?
A parte poche varianti, la struttura della scuola restava quella di un’istituzione in cui la cultura classica era vista come la cultura per eccellenza. Questa struttura fondamentale era rimasta invariata in mezzo ad una società che era invece enormemente cambiata e soprattutto conoscendo, proprio a partire dagli anni Sessanta, una crescita economica che avrebbe comportato grandi spostamenti di ricchezza e quindi una commistione di classi sociali.
L’Italia degli anni Sessanta era profondamente diversa dall’Italia degli anni Venti, ma non aveva saputo darsi un ordinamento scolastico coerente con i suoi cambiamenti. Era soprattutto un’Italia che aveva cambiato i propri obiettivi, che aveva cambiato i valori su cui vivere o che, forse, ne stava ancora cercando di nuovi e validi, dopo la delusione e il tradimento di quelli su cui aveva vissuto per un ventennio.
Una scuola che sembrava vivere nella contemplazione di se stessa piuttosto che nell’attenzione verso i suoi principali fruitori, gli studenti, che, in una crisi generalizzata di valori e di certezze, cercano delle risposte fondamentali.

1976:DALLA CATTEDRA….
Il sogno per il quale ho studiato è divenuto realtà…Dopo due anni di supplenza saltuaria, subito dopo il diploma, il 10 ottobre 1976 entro in un’aula come maestra elementare di ruolo straordinario….salgo in cattedra e il pensiero va a quella classe che mi ha visto alunna….ed ai miei maestri di allora! Questa è una vera scuola, le aule spaziose e luminose, i banchi non sono più di legno ma di formica e monoposto, i grembiuli neri sono diventati blu con il colletto bianco ma senza il fiocco, la pesante lavagna autoportante nera di ardesia quadrettata ha lasciato il posto ad un’ agile lavagna di colore verde appesa al muro. Mi guardo intorno ed osservo le tante faccine che mi guardano a loro volta intimidite e curiose allo stesso tempo. Mi siedo e penso: da dove comincio?… Richiamo alla mente tutte le conoscenze pregresse, accumulate in anni di studio…… Mi tornano in mente i miei amati maestri… ma riavvolgere il nastro della memoria se è assolutamente emozionante serve a poco…. non basta… il contesto è profondamente mutato e bisogna cambiare gli occhiali utilizzati per leggere la realtà ed intervenire su di essa. Ora bisogna confrontarsi a più livelli.
La contestazione del ’68 ha introdotto un modo diverso di gestire la scuola. I decreti delegati hanno trasformato il volto della scuola, dandole nuovi organi di governo collegiale.
Ma soprattutto nuove leggi sono all’orizzonte che stanno rivoluzionando il modo di fare scuola.
Ripenso agli anni ’50, a quando il diritto allo studio si traduceva in interventi di natura assistenziale, dal pasto caldo assicurato dalla refezione scolastica, dal soccorso invernale assicurato dal “patronato scolastico”, con il suo corredo di scarpe grosse e di mantelline plastificate, di quaderni e matite;
ai favolosi anni ’60 con i tanti doposcuola offerti con la voglia di rovesciare il quieto vivere “antimeridiano” dei programmi Ermini, con l’idea del riscatto degli umili attraverso la scuola, con approcci e itinerari assai diversi, ora più rigorosi, ora più giocati sul versante dell’animazione, dei linguaggi alternativi, degli stili di conduzione molto libertari: anni forse un po’ disordinati, ma ricchi di fermenti per il futuro.
Negli anni 70 la scuola finalmente comincia ad essere in grado di intercettare i grandi cambiamenti sociali e culturali di un’Italia che si affaccia sulle soglie del benessere, anche grazie all’istruzione di massa.
L’impegno per l’uguaglianza delle opportunità e degli esiti si concretizza in modelli scolastici più ricchi e articolati, anche sotto il profilo del tempo scuola. Con “più tempo” si sarebbero potute qualificare le esperienze di insegnamento, valorizzando le dimensioni operative, sociali, costruttive dell’apprendimento degli allievi. Questo è stato senza dubbio il “motore” del tempo pieno, istituito con la Legge 820 del 1971. Ma in molte realtà del nostro territorio il doppio organico è fittizio, con una netta demarcazione tra curricolo (e insegnante “forte”) del mattino e curricolo (e insegnante “debole”) del pomeriggio.
Molto più diffusa appare la formula delle attività integrative, attraverso soluzioni di estrema (e non sempre qualificata) flessibilità, con arricchimenti pomeridiani dell’offerta formativa, insieme all’esperienza dei cosiddetti insegnamenti speciali, che configurano un avvio sperimentale di insegnamenti specialistici, come quelli relativi alla musica, alla lingua straniera, alle arti, ecc.
La legge 517 del 1977, di pochi articoli, tutte densi di significato, delineerà di lì a qualche mese una nuova visione della scuola e rivoluzionerà alcuni dogmi pedagogici.
Verrà mandato in soffitta il vecchio piano di lavoro individuale, sostituito dalla programmazione di tipo curricolare, che comporta una negoziazione dei fini e degli obiettivi, così come la loro trasparenza e comunicabilità.
Verrà superata l’idea di classe come unico raggruppamento possibile, dando apertura di credito a modalità organizzative flessibili e funzionali.
Verrà offerta la possibilità di un ampliamento del tempo scolastico e di una sua più ricca articolazione.
Verranno adottati nuovi strumenti di valutazione in coerenza con l’idea che la valutazione debba essere finalizzata a comprendere, accompagnare, sostenere l’alunno piuttosto che definirlo nella rigidità di un voto. Ma il perno intorno al quale ruota la legge è il concetto di integrazione, agli alunni portatori di handicap.
L’idea-chiave è che la scuola non può affidare il compito educativo a singoli insegnanti, ognuno operante nella solitudine della propria classe e della propria disciplina, per quanto preparati e competenti siano.
La strategia vincente impegna la collettività, la legge prefigura una scuola intesa come comunità educante, che, in quanto soggetto sociale, si assume la responsabilità del successo degli alunni che la frequentano. Questa legge rivoluziona la scuola perché introduce l’idea di scuola accogliente, inclusiva, centrata sul valore della persona umana e che assume la sfida della diversità, alternativa alla scuola della selezione discriminante.
A supportare questa idea di scuola, vengono emanati I nuovi programmi didattici per la scuola primaria il 12 febbraio 1985, che entrano in vigore “nelle classi prime dall’anno scolastico 1987-88 e, progressivamente, nelle classi successive nei quattro anni scolastici seguenti”.

La visione attuale è di un “fanciullo” della ragione, che vive in una società tecnologica, culturalmente avanzata e richiede una formazione di base di livello molto elevato. Si mira a sviluppare nel discente l’intelletto, la logica, l’azione, la socialità. Sul piano didattico è necessario organizzare e sistemare i dati del sapere nelle varie discipline di studio, itinerari per conseguire e ordinare i risultati della ricerca e non statici insiemi di nozioni.” Ma data la complessità del problemi, le discipline, in molte realtà, resteranno soltanto “statici insiemi di nozioni”.
Si diffonde la consapevolezza che i bambini necessitano di più punti di riferimento per operare scelte consapevoli, per lo sviluppo dell’intelligenza e della capacità di giudizio, per la costruzione della mente critica, di una personalità creativa, autonoma ed indipendente.
I saperi che cambiano rapidamente, presentano livelli di specializzazione ed apprendimento molto elevati prima inimmaginabili, diventano più numerosi, hanno bisogno di elaborazione e di assimilazione in maniera soggettiva, personale, rapida e puntuale e dunque richiedono la presenza, il contributo, l’impegno di più docenti. Si fa strada l’idea della collegialità, della corresponsabilità, dell’unitarietà dell’insegnamento, corollari che conducono alla creazione del cosiddetto MODULO.
La legge 148 del 1990 rivoluziona il modello organizzativo con l’introduzione di tre docenti su due classi.
Tra luci ed ombre, la riforma ci lascia ammutoliti per la percezione di inadeguatezza al nuovo compito Quelle parole non dette però, di lì a poco si sarebbero trasformate in TROPPE parole, in parole URLATE anche in malo modo!
Semplicemente non eravamo pronte al confronto di gruppo; il piano di formazione che avrebbe dovuto accompagnare l’innovazione fallì miseramente dopo appena un anno e noi docenti, nel tempo, abbiamo imparato a convivere pacificamente mettendo in campo un piano di non-belligeranza e non-interferenza, avviandoci però verso una inesorabile settorializzazione e spartizione del sapere dei bambini.
E’ stato così che i bambini appena mi vedevano entrare in classe, chiudevano e riponevano un quaderno per prenderne ed aprirne un altro! E mentre gli zaini, che nel frattempo avevano sostituito le cartelle, si appesantivano sempre più, fino a curvare oltre misura le schiene dei bambini, per libri di religione, inglese e quaderni operativi di ogni genere, nell’orario di noi docenti entravano trionfalmente le due ore di programmazione settimanale, che avevano lo scopo di riportare ad unitarietà una percorso di insegnamento che assomigliava sempre più ad un collage di interventi sovrapposti e separati.

1996: la SCRIVANIA
Nel 1996 cambia ancora la mia prospettiva di osservazione della scuola e d’azione nella scuola.
Da maestra, a seguito di concorso, divento direttrice didattica, ma mentre svolgo il Corso di formazione per direttori didattici di nuova nomina, apprendo in diretta da Fiuggi che è stata approvata la legge sull’autonomia scolastica. E’ gennaio del 1997 e di lì a poco questa legge avrebbe determinato un altro cambiamento sostanziale della mia professione.
Il direttore didattico, che era considerato il primum inter pares che accompagnava i docenti nell’azione didattica quotidiana cede il posto ad una funzione dirigenziale profondamente diversa.
Abituarsi non è stato facile. Il processo di cambiamento incessante in una società dinamica conosce periodi di particolare intensità e questo è il caso dell’ultimo decennio.
L’azione riformatrice dagli anni 90 non conosce soste tanto che ormai si parla della scuola come un cantiere aperto. Questo scenario, non più congiunturale ma durevole, ha messo in crisi i tradizionali compiti della scuola, facendo apparire sempre più invecchiate le modalità formative perseguite e gli strumenti utilizzati.
Le mutate richieste del mercato di lavoro, la straordinaria evoluzione delle tecnologie, l’affermarsi di una realtà multiculturale cambiano le condizioni entro cui avviene l’apprendimento.
Quale è il ruolo oggi del dirigente?
Nella scuola dell’autonomia siamo diventati dirigenti per legge, ma stiamo tuttora provvedendo a costruirci un nostro corredo personale, visto che, chiamati a dirigere un Ente di servizio pubblico, sono cambiati compiti e funzioni, sono aumentate esponenzialmente le responsabilità.
È nostro compito non avere rimpianti dell’esperienza passata e riuscire a non metterci in competizione con gli insegnanti sui contenuti dell’insegnamento
Ci tocca creare le condizioni in cui i processi formativi vengono progettati e gestiti: dobbiamo conoscere non i dettagli, ma gli elementi centrali del dibattito didattico e pedagogico.
Ci tocca promuovere la progettualità a tutti i livelli, individuale e coordinata: dobbiamo conoscere i fondamenti e non le tecniche della progettazione.
Siamo l’interfaccia principale con l’esterno, ed i rappresentanti dell’azione “politica” svolta dalla scuola che dirigiamo: dobbiamo essere capaci di saper costruire relazioni strutturate, non solo informali.
Siamo responsabili della gestione delle risorse complessivamente in dotazione alla scuola; dobbiamo conoscere ed applicare concetti e strumenti di efficienza, efficacia, equità, affidabilità.
Sappiamo che la nostra azione deve essere valutata, così come quella degli insegnanti e come i risultati realizzati dalla scuola che dirigiamo; dobbiamo promuovere la costruzione e l’applicazione di strumenti di controllo (verifica e valutazione) ai vari livelli.
Abbiamo acquisito la consapevolezza dell’inadeguatezza del modello di scuola tradizionale, fondato sull’azione individuale dei singoli insegnanti; dobbiamo lavorare per dar vita ad un modello diverso, che fonda sull’azione collettiva la costruzione e il consolidamento dell’identità istituzionale della scuola.
2011: le attese, le speranze, i timori
Perché vale la pena oggi fare il dirigente nella scuola dell’autonomia?
Gli ottimisti risponderebbero :
per le prospettive di miglioramento, per le opportunità di crescita professionale, per il potere decisionale, per la percezione della sfida, dell’opportunità da cogliere per migliorare se stessi e la società.

I disincantati punterebbero il dito contro la burocrazia, i vincoli, la farraginosità del sistema,i controlli, le sovrastrutture, il disinteresse per la scuola, l’isolamento della professione dirigente, la percezione che bisogna cavarsela da soli.

Di vero c’è che se non intendiamo la scuola come un mero spazio attrezzato e protetto in cui ciascun insegnante recita un monologo del tutto personale, frutto di un’interpretazione propria di un unico programma centralizzato, in piena autosufficienza e senza impegni verso gli altri, non renderemo un buon servizio alla società.
Di vero c’è che una buona scuola si realizza se al suo interno insegnanti e dirigenti non vengono ridotti al ruolo di tecnici dell’istruzione o di manager dell’organizzazione, ma si riconoscono i primi come educatori e i secondi come leader trasformazionali, capaci di costruire una comunità educante, che apprende che riflette che si misura con nuove sfide, con una identità pedagogica alimentata dalla tendenza continua al miglioramento.
Concludendo, da quel lontano 1961 è trascorso mezzo secolo….In tutti questi anni la scuola è stata, è e sarà ancora per qualche anno una parte importante della mia vita professionale.
Nella fase iniziale della vita si accarezzano sogni e si lavora affinché non restino tali ma si realizzino e quando si sono realizzati si riprende a sognare e si continua a lavorare perché quest’ultimo si realizzi e quando…..

“ L’utopia sta all’orizzonte

mi avvicino di due passi

lei si allontana di due passi.

Faccio dieci passi

e l’orizzonte si allontana di dieci passi.

Per quanto cammini, non la raggiungerò mai.

A che cosa serve l’utopia?

A questo: serve a camminare!”

E tu … continui a camminare,
quando sei spinto da forme di onestà intellettuale e culturale,
in una ricerca continua per un continuo adeguamento alle necessità della società che muta,
che ti porta ad essere giovane anche oltre i cinquanta anni, fino alla soglia della pensione ed oltre.

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